C’era una volta una storia, anzi c’è, con protagonista un bambino.
Il bambino si chiama Trump.
Di nome Joshua e di cognome come l’altro, quello che in questo momento sta parlando.
Donald Trump è l’altro, e racconta una storia.
C’era una volta, quindi, la storia di un muro.
Un muro da costruire per dividere due popoli che sono lo stesso popolo e separare altrettante terre che sono il medesimo pianeta, laddove si osservino entrambe dalla giusta distanza.
Lassù, nel cielo, e quaggiù, ovvero là dentro, nella parte più lucida del nostro cuore.
Di conseguenza, c’era una volta, anzi c’è, un bambino che si chiama Trump, di nome Joshua che ascoltando la storia del muro di Trump, l’altro, quello grande, si addormenta e fa un sogno.
C’era una volta, quindi, il sogno di un bambino che si chiama anche lui Trump, ma è Joshua, non Donald, che sogna un folle dal volto impiastricciato di un arancione inquietante e il capo sormontato da un parrucchino grottesco, che pretende di esser preso sul serio parlando di spendere miliardi di dollari per costruire un muro, con cui dividere due popoli che sono lo stesso e separare nazioni che son fatte della stessa terra, allorché la si guardi dalla giusta distanza.
Lassù, con gli occhi delle sagge stelle, ovvero qua dentro, nel cuore di una storia che capirebbe anche un bambino.
Difatti, c’era una volta un uomo di cognome Trump, di nome Donald, che come un bambino prigioniero di un incubo orribile, invece di svegliarsi desidera intrappolarci con lui nel suo tremendo delirio di paura e solitudine.
C’era una volta la storia di entrambi, che finirà soltanto quando Trump, quello di nome Joshua, aprirà gli occhi e ci dirà: “State tranquilli, non c’è nulla di vero in quello che avete udito.”
È stato solo un sogno...
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giovedì 7 febbraio 2019
venerdì 25 gennaio 2019
Grazie maltempo
Grazie, maltempo.
Noi, i 47 della nave Sea Watch 3, ti siamo infinitamente grati.
Perché è tuo, solo tuo, il merito di averci fatto entrare nelle sacre acque territoriali italiane.
Per la precisione, a non meno di 1,4 miglia dal porto di Augusta, in Sicilia, senza alcuna autorizzazione ad attraccare.
Altrimenti, Sua Intolleranza, scatenerà l’inferno al suo segnale, come il noto gladiatore del cinema.
Solo che nell’arena, a far da carne da macello ci siam noi altri, mica lui.
E allora, concentrandoci sulla metà piena del mare, rendiamo grazie al dio del clima.
Che il più delle volte ci è nemico, e con spade affilate come onde micidiali falcia via le nostre vite senza pietà.
Ma oggi, Signore del meteo, ti siamo riconoscenti.
Abbraccia per noi il vento gelido.
E invia la nostra devozione alle nuvole più scure e tetre.
Nonché alla pioggia più incessante.
E al freddo, sì, a quel maledetto freddo, che oggi si fa al contrario benedetto.
Non siamo salvi.
Forse non lo saremo mai.
Tuttavia, almeno oggi, abbiamo qualcuno al nostro fianco.
Caro, amato, maltempo.
Chi l’avrebbe detto che saresti stato tu.
L’amico più umano che avremmo incontrato alla fine del viaggio...
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Noi, i 47 della nave Sea Watch 3, ti siamo infinitamente grati.
Perché è tuo, solo tuo, il merito di averci fatto entrare nelle sacre acque territoriali italiane.
Per la precisione, a non meno di 1,4 miglia dal porto di Augusta, in Sicilia, senza alcuna autorizzazione ad attraccare.
Altrimenti, Sua Intolleranza, scatenerà l’inferno al suo segnale, come il noto gladiatore del cinema.
Solo che nell’arena, a far da carne da macello ci siam noi altri, mica lui.
E allora, concentrandoci sulla metà piena del mare, rendiamo grazie al dio del clima.
Che il più delle volte ci è nemico, e con spade affilate come onde micidiali falcia via le nostre vite senza pietà.
Ma oggi, Signore del meteo, ti siamo riconoscenti.
Abbraccia per noi il vento gelido.
E invia la nostra devozione alle nuvole più scure e tetre.
Nonché alla pioggia più incessante.
E al freddo, sì, a quel maledetto freddo, che oggi si fa al contrario benedetto.
Non siamo salvi.
Forse non lo saremo mai.
Tuttavia, almeno oggi, abbiamo qualcuno al nostro fianco.
Caro, amato, maltempo.
Chi l’avrebbe detto che saresti stato tu.
L’amico più umano che avremmo incontrato alla fine del viaggio...
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giovedì 10 gennaio 2019
La rete del mondo
C’era una volta il 50% della popolazione, quella connessa a internet.
E c’era una volta l’altra metà, quella rimasta fuori dal regno digitale.
Secondo gli esperti, a meno di importanti investimenti nelle infrastrutture, l’istruzione e la formazione nei prossimi anni, tale divario è destinato a crescere.
È indubbio che andrebbe fatto qualcosa a riguardo.
Tuttavia, in un brevissimo racconto come questo, lasciate che si palesi una provocatoria riflessione tramite una successione di domande.
Più di tre miliardi di persone hanno la possibilità di collegarsi a un dispositivo elettronico e attraverso quest’ultimo entrare in contatto con tutti coloro che in tempo reale abbiano fatto lo stesso.
Ma siamo sicuri che le rimanenti miliardi di vite siano più distanti tra loro?
Agli abitanti di metropoli super affollate e delle regioni del mondo più industrializzate è sufficiente un clic del mouse per interagire con un numero impressionante di immagini.
Tuttavia, siamo davvero convinti che i loro simili, oltre i confini di cotanta fortuna, vedano di meno tra ciò che valga la pena guardare?
È indiscutibile che la parte più privilegiata dell’umanità in quanto a mezzi e qualità di vita ha il dono di poter ridurre al secondo i gradi di separazione con il prossimo, ovunque esso si trovi.
Nondimeno, è questo il mezzo migliore per stringere amicizie che superino la falce del tempo e l’onere delle difficoltà quotidiane?
Ovvero, sono tutti soli e privi di affetti, gli abitanti condannati a vivere senza banda larga?
E, alla fine della fiera, a che ci serve essere rete, se non sappiamo e non vogliamo usarla per aiutare chi da lontano viene a chiederci aiuto?
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E c’era una volta l’altra metà, quella rimasta fuori dal regno digitale.
Secondo gli esperti, a meno di importanti investimenti nelle infrastrutture, l’istruzione e la formazione nei prossimi anni, tale divario è destinato a crescere.
È indubbio che andrebbe fatto qualcosa a riguardo.
Tuttavia, in un brevissimo racconto come questo, lasciate che si palesi una provocatoria riflessione tramite una successione di domande.
Più di tre miliardi di persone hanno la possibilità di collegarsi a un dispositivo elettronico e attraverso quest’ultimo entrare in contatto con tutti coloro che in tempo reale abbiano fatto lo stesso.
Ma siamo sicuri che le rimanenti miliardi di vite siano più distanti tra loro?
Agli abitanti di metropoli super affollate e delle regioni del mondo più industrializzate è sufficiente un clic del mouse per interagire con un numero impressionante di immagini.
Tuttavia, siamo davvero convinti che i loro simili, oltre i confini di cotanta fortuna, vedano di meno tra ciò che valga la pena guardare?
È indiscutibile che la parte più privilegiata dell’umanità in quanto a mezzi e qualità di vita ha il dono di poter ridurre al secondo i gradi di separazione con il prossimo, ovunque esso si trovi.
Nondimeno, è questo il mezzo migliore per stringere amicizie che superino la falce del tempo e l’onere delle difficoltà quotidiane?
Ovvero, sono tutti soli e privi di affetti, gli abitanti condannati a vivere senza banda larga?
E, alla fine della fiera, a che ci serve essere rete, se non sappiamo e non vogliamo usarla per aiutare chi da lontano viene a chiederci aiuto?
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giovedì 13 dicembre 2018
Sposiamoci di corsa
Di corsa, amiamoci.
Fai in fretta, amor mio.
Non perdiamo tempo in preamboli, per quanto santi.
Tralasciamo ornamenti e festoni.
Non indugiamo oltre il minimo concesso nella scelta dell’abito.
E del luogo.
Del dopo.
E del subito prima...
![]() |
| Priscilla Cicconi e Bianca Gama sono state costrette a sposarsi di fretta in Brasile prima della salita al potere del leader di estrema destra Bolsonaro |
Che sì, meriterebbe tutto il tempo del mondo.
Ma che noi non abbiamo.
Non più, nella terra dei colori impossibili e delle diversità spontanee.
Dì semplicemente sì, mia amata.
Anche solo un favorevole mormorio sarà sufficiente.
Prima che il giorno finisca.
Prima che inizi la notte.
Di inquietanti governi e governanti…
![]() |
| Jair Bolsonaro |
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giovedì 6 dicembre 2018
Perché faccio quello che faccio
Joseph Jackson è stato detenuto in una prigione nel Maine per due decenni.
Ora coordina la Maine Prisoner Advocacy Coalition (MPAC), un'organizzazione di base che interloquisce con il dipartimento correzionale dello stato per conto dei detenuti e delle loro famiglie. Quando gli chiedono perché è così appassionato nel trasformare il sistema che lo ha tenuto prigioniero, Joseph risponde sempre allo stesso modo: non posso andarmene e lasciare le persone che ho avuto accanto per 20 anni in uno stato di perenne paura e tortura senza fine.
Faccio questo lavoro perché anni di studi mi hanno permesso di dare un senso al mondo insondabile che ho vissuto. È un mondo in cui l'abuso è implacabile. Sfida la comprensione. Gli studi liberali mi hanno aiutato a vedere che il tempo là dentro non è l'unica punizione imposta ai criminali condannati. La credenza culturale predominante a cui tutti siamo soggetti è che una volta che si commette un errore, è necessario pagarlo per sempre. Ogni frase, quindi, dura tutta la vita. La nostra realtà inespressa è che la maggioranza di coloro che imprigioniamo è socialmente distrutta. Spesso perdono tutto: le loro case, i loro averi, i loro posti di lavoro, i loro partner, il sostegno delle loro famiglie.
“Per sistemare il nostro sistema danneggiato”, ha aggiunto Joseph, “dobbiamo tornare alle politiche progressiste del passato.”
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Ora coordina la Maine Prisoner Advocacy Coalition (MPAC), un'organizzazione di base che interloquisce con il dipartimento correzionale dello stato per conto dei detenuti e delle loro famiglie. Quando gli chiedono perché è così appassionato nel trasformare il sistema che lo ha tenuto prigioniero, Joseph risponde sempre allo stesso modo: non posso andarmene e lasciare le persone che ho avuto accanto per 20 anni in uno stato di perenne paura e tortura senza fine.
Faccio questo lavoro perché anni di studi mi hanno permesso di dare un senso al mondo insondabile che ho vissuto. È un mondo in cui l'abuso è implacabile. Sfida la comprensione. Gli studi liberali mi hanno aiutato a vedere che il tempo là dentro non è l'unica punizione imposta ai criminali condannati. La credenza culturale predominante a cui tutti siamo soggetti è che una volta che si commette un errore, è necessario pagarlo per sempre. Ogni frase, quindi, dura tutta la vita. La nostra realtà inespressa è che la maggioranza di coloro che imprigioniamo è socialmente distrutta. Spesso perdono tutto: le loro case, i loro averi, i loro posti di lavoro, i loro partner, il sostegno delle loro famiglie.
“Per sistemare il nostro sistema danneggiato”, ha aggiunto Joseph, “dobbiamo tornare alle politiche progressiste del passato.”
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giovedì 29 novembre 2018
Ci siamo fidati di questo paese
Ci siamo fidati di questo paese più di quanto avremmo dovuto fare.Queste sono le parole di chi resta.
Di chi piange il ricordo e soprattutto la tragica e quanto mai prematura fine di Sabika Sheikh, morta a soli 17 anni.
Ovvero, una delle vittime del massacro compiuto nello scorso maggio in una scuola di Santa Fe, in Texas.
Ci siamo fidati di questo paese, sembra ripetere l’accorato lamento dei parenti della giovane ragazza.
Di quel che si ammira da lontano e si può sognare ogni giorno più vicino.
Del luogo ideale dove mandare la propria promessa migliore a crescere e realizzare se stessa.
Sabika era negli USA per uno scambio culturale.
Uno dei motivi più affascinanti e virtuosi per viaggiare e incontrare l’altro.
Per condividere al contempo tradizioni e sentimenti, emozioni e orizzonti.
Scoprendo in ogni istante che passa che questi ultimi non sono poi così diversi, malgrado quel che racconti la geografia, i suoi confini e soprattutto i loro ottusi difensori.
Al contrario, nel fiore della propria vita, Sabika ha conosciuto la più terribile tra le culture.
Quella della violenza delle armi.
In altre parole, ciò di cui si fidano i vigliacchi e i folli...
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giovedì 22 novembre 2018
Attentato a Piazza San Marco
C’era una volta un bambino di quattro anni.E c’era anche suo padre con lui.
Quindi complice, diciamolo.
C’era una volta altresì un paese dal governo giallo verde.
Da un lato, giallo di imbarazzo per la vergognosa alleanza e, dall’altro, verde di rabbia a prescindere, a seconda dell’utile nemico del momento.
C’era una volta una nazione costruita sull’illegalità, sulla mancanza di rispetto per l’ambiente e per le sue naturali regole, per non parlare di quelle relative alla civile protezione dei cittadini.
Ma tanto, poi, è tutta colpa del maltempo.
Nondimeno, c’era una volta un bimbo, si diceva.
Una creatura di soli quattro anni di vita.
Un innocente fino a prova contraria, nelle vesti di un reato degno di severa ed esemplare punizione.
Osare calpestare il sacro suolo di Venezia, nell’illustre porzione di piazza San Marco, con una minuscola moto elettrica.
Un giocattolo, d’accordo, ma pur sempre un imperdonabile affronto.
Sessantasei euro e ottantotto centesimi, la meritata multa per il piccolo finito sulla via della perdizione.
C’era una volta una paradossale farsa chiamata Repubblica fondata sulle contraddizioni, più che sul lavoro.
Dove lo Stato si accanisce contro i più deboli, chiudendo occhi e coscienza innanzi a marrani e imbroglioni al sicuro dall’acqua alta...
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giovedì 8 novembre 2018
Quando la memoria si difende
C’era una volta il primo eroe del popolo di Jugoslavia.Di gente e nazioni ormai ex, sulla carta.
Che andrebbe scritta, nelle pagine seguenti, giammai rivista.
C’era una volta Rade Končar, il partigiano Rade, il giovane Končar.
L’uomo che dopo aver speso adolescenza e sogni in nome di un’ideale di libertà e diritti per tutti, divenne simbolo, capitolo di storia e, quindi, statua.
A eterno e solenne monito degli eredi di cotanto doveroso impegno contro i nostalgici dell’odio legalizzato.
Il quale non dovrebbe retrocedere neppure di un sol centimetro, men che meno abbassar capo e guardia.
C’era una volta, oggi, un vecchio di sessantacinque anni.
Un folle, forse, un segno, magari.
Un’ulteriore prova dell’urgenza di una resistenza a oltranza.
Un disgraziato che asseconda il proprio delirio e prende a calci la testimonianza nobile dell’oscuro passato.
Ebbene, la storia vuole che a Spalato sia la statua stessa a crollare sul marrano, spezzandogli una gamba.
Perché la memoria, quando vuole, sa difendersi.
Ma ha bisogno, più che mai di questi tempi, di ogni aiuto possibile.
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giovedì 11 ottobre 2018
Denunciare gli insegnanti nemici
Il partito di estrema destra Alternativa per la Germania ha dato il via a un’iniziativa inquietante.Gli studenti tedeschi sono incoraggiati a denunciare gli insegnanti che esprimano opinioni politiche attraverso il portale online Scuole Neutrali, progetto pilota ad Amburgo, con piani per lo sviluppo del programma in tutto il paese.
Gli alunni potranno inviare reclami anonimi sul sito in merito a docenti che, a loro avviso, stiano infrangendo le regole di neutralità criticando il partito in questione.
Come dire...
Perché il partito in questione non può esser criticato.
Perché il partito in questione è il partito del popolo e il popolo ha sempre ragione, altro che 'capo ufficio'.
Perché chi osi criticare il partito del popolo è contro lo Stato e il popolo stesso.
Perché chi è contro il popolo stesso, è contro lo Stato e il partito del popolo.
Ecco perché chi è contro il partito del popolo non è solo un nemico del partito, ma anche tuo, di tutti.
Perché chi è nemico di tutti va segnalato.
Anche per via anonima.
Soprattutto anonima, magari con un bel nickname privo di senso.
Ma indicando nome e cognome del marrano.
Possibilmente indirizzo e altri dati sensibili.
Affinché i nemici del partito del popolo vengano acciuffati e tolti di mezzo.
Non vi ricorda qualcosa?
E non mi riferisco solo al passato...
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giovedì 13 settembre 2018
Il castigo per Harper Nielsen è un onore
C’era una volta il posto dove rimaner seduti.Quando tutti gridano e blaterano folli stupidaggini e ottuse bugie.
Anche se dovessero nascondere il proprio senso di colpa sotto una canzone popolare.
Come potrebbe essere un inno nazionale.
C'erano una volta coloro che in passato hanno percorso la parte scomoda della via.
Quando tutti stavano marciando sul rassicurante sentiero obbligato.
Anche qualora comportasse camminare sulla vita e il mancato futuro delle loro vittime.
Come la vacillante memoria di molti governi colonialisti.
C'erano una volta le persone coraggiose che compiono ancora quella scelta.
Mentre politici poveri di intelletto e impauriti insegnanti cercano di proteggere la propria vergogna usando il loro potere.
Anche avvalendosi di ogni sforzo.
Come molti hanno fatto prima di loro.
C'era una volta in Australia una bambina di nove anni di nome Harper Nielsen, che si rifiutò di alzarsi in piedi e cantare le nazionali rime, protestando in nome del popolo indigeno e pagando le conseguenze della propria decisione con il castigo a scuola.
Grazie per il tuo esempio, giovane quanto nobile creatura.
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mercoledì 6 giugno 2018
Storie vere sulla morte e la vita
Per una vita che se ne va, ce n’è sempre un’altra che arriva. E’ vero, è matematico, almeno una ce n’è.Magari non è qui, davanti a noi. Non sappiamo chi sia e non abbiamo idea di quanto vivrà.
Se sarà di destra o di sinistra, della Roma o della Lazio. Tutto potrà diventare, anche la persona peggiore del mondo.
Potrà fare le cose più deprecabili, potremo odiare ogni cosa che dirà, qualsiasi gesto farà, ma non potremo farci nulla.
Perché quando una vita se ne va, c’è n’è sempre un'altra che arriva.
Possiamo ergere i confini della nostra fortuna fino al cielo e gridare a squarciagola tutta la nostra vigliaccheria di fronte al coraggio di un solo uomo capace di invadere un paese e non riuscire a far altro che convincerlo ancora di più che venire da noi era la cosa giusta da fare.
Perché il nostro parere conta poco. La vita si spegne e si accende dove vuole e come desidera a prescindere da noi.
Questa è ancora la fortuna del mondo.
Perché laddove una vita se ne va, c’è n’è sempre un’altra che arriva.
E’ evidente. Sarebbe sufficiente alzare lo sguardo al di sopra del cadavere da cui siamo ossessionati.
Basterebbe smettere di soffocare le nostre narici con il puzzo della decomposizione.
Chiunque potrebbe vedere altro, se solo la smettesse di dipingere i propri occhi con il sangue di chi non c’è più.
Come è possibile riempire i nostri discorsi con la morte di qualcuno di cui non sappiamo nulla di chi fosse da vivo? La memoria senza la vita che l’ha preceduta si chiama follia.
Perché se qualcuno va via, c’è sempre qualcun altro che arriva.
Non importa se quel frutto sia tuo o meno. Non conta nulla se quella bambina sia carne della tua carne o meno.
E’ la vita che è grande e rende grande anche te.
Se poi quel figlio è veramente tuo, be’, non ti resta che cantare e ballare. Le luci ora sono su di te.
E Rukia e Hash cantarono e ballarono.
Talvolta capita...
Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.
mercoledì 30 maggio 2018
Storie vere sui matrimoni misti
Qualcosa è cambiato nel 1967, è proprio il caso di dirlo.In quello stesso anno un matrimonio misto rappresenta per la prima volta il tema centrale in un film di successo. Sto parlando ovviamente di Indovina chi viene a cena? Il film, per chi non se lo ricorda, era interpretato da Spencer Tracy e Katharine Hepburn nel ruolo dei genitori bianchi e da Sidney Poitier in quello dell’inaspettato genero nero.
La trama è semplice: Johanna, una giovane ragazza bianca americana, si innamora del dottor Prentice (alias Sidney Poitier), un nero conosciuto durante una vacanza alle Hawaii. I due pianificano di sposarsi e lei vuole tornare in Svizzera con lui. Il film è incentrato sul ritorno di Johanna a casa, a San Francisco, insieme al nuovo fidanzato che la ragazza porta con sé a cena per farlo conoscere ai genitori, e sulle reazioni della famiglia e degli amici.
Tutto finisce bene, con il più ottimista dei finali.
Certo, se il nuovo esotico arrivo in famiglia non fosse stato un bel dottore, colto e di buone maniere, ma piuttosto, che so, un rapper tutto collanine e denti d’oro, ovvero un clandestino in cerca di un permesso di soggiorno, i due progressisti genitori avrebbero trovato qualche difficoltà ad accettare la cosa.
C’è da dire che Indovina chi viene a cena? non ha il merito di essere stato il primo film americano a trattare l’argomento unioni interrazziali. Quello di maggiore successo sì, ma non il primo.
Nel 1957 uscì il film La banda degli angeli, con Clark Gable e Yvonne de Carlo. Ecco la trama: verso la metà dell'ottocento, nel Kentucky, una ragazza figlia di schiavi rimane orfana ed è comprata da un ricco latifondista, il quale innamoratosi la nomina erede di tutte le proprietà. Quando lei scopre che il marito si è arricchito con lo schiavismo lo lascia, ma torna da lui quando esplode la guerra civile tra Nord e Sud.
Nella riedizione italiana del 1964 uscì con il titolo La frusta e la carne. Non chiedetemi perché. Noi abbiamo ancora oggi l’abitudine di cambiare i titoli originali in una maniera spesso delirante.
In questo film, ad ogni modo, siamo parecchio lontani dall’epoca di Sidney Poitier e, soprattutto, da quella di Denzel Washigton o Will Smith. Difatti la ragazza figlia di schiavi fu interpretata da Yvonne De Carlo, attrice canadese, di una carnagione al limite del pallido, scurita per l'occasione per rendersi credibile nel ruolo della schiava di colore innamorata di Gable.
Dal 1967 di Indovina chi viene a cena?, con il quale, a quanto pare il cinema americano aveva forse esagerato, saltiamo addirittura al 1975, con una pellicola di sicuro valore: Mandingo.
La storia è semplice: nel 1840, in una piantagione di cotone della Louisiana, il proprietario obbliga il figlio a sposare sua cugina Blanche. Appreso che la moglie non è vergine, egli si prende un'amante nera e allora Blanche – per vendicarsi - si concede a un poderoso schiavo della tribù dei Mandingo. Nasce un bambino nero che il medico sopprime. Nonostante la sonora stroncatura di pubblico e critica, il regista Richard Fleischer girò anche un sequel: Drum, l'ultimo Mandingo.
In ogni caso ecco la morale: la coppia mista diviene lecita se a scopo vendetta e, soprattutto, se il nero di turno ha le dimensioni, in senso generale, di un poderoso mandingo.
Altro salto nel tempo, dato che con i due film della serie le donne bianche americane avevano iniziato a sognare un dottor Prentice con il volto di Poitier e, soprattutto, le doti di un mandingo, ci porta al 1991 di Jungle Fever, una pellicola di Spike Lee, non nuovo nel trattare temi interculturali.
La trama: Flipper è un benestante architetto afro americano che vive con la moglie Drew e la figlia in un costoso appartamento ad Harlem. Quando, allo studio in cui lavora, viene assunta una segretaria italo americana, Angie, Flipper non si dimostra molto contento, poiché avrebbe preferito lavorare con una del suo colore. Cioè il razzista è lui. Angie conduce una vita umile, in una modesta casa in un sobborgo di Brooklyn. I due iniziano a fare amicizia e una sera si ritrovano da soli in ufficio, per degli straordinari. Ordinano del cibo cinese e iniziano a parlare delle loro vite. Infine, sul tavolo da disegno, hanno un rapporto sessuale. Un vero colpo di scena, nel lontano 1991. La famiglia di Angie, venuta a conoscenza del fatto, la butta fuori di casa dopo averla picchiata, perché se la fa con i negri, cosicché ognuno ritorna nel proprio lato di mondo.
Da Indovina chi viene a cena? a Jungle Fever, come dire, dall’ottimismo degli anni sessanta al pessimismo di trent’anni dopo.
Altro salto obbligato, stavolta la scena del tavolo superò veramente i limiti, ci conduce al 2002, con il film Lontano dal paradiso: siamo nel 1950, nel Connecticut. Si racconta la storia di Cathy Whitaker, la moglie perfetta, madre, e casalinga. Cathy è sposata con Frank, un manager di successo. Un giorno, la donna spia uno sconosciuto uomo nero che cammina nel suo giardino. Si tratta di Raymond, il figlio dell’ultimo giardiniere di Cathy. Nel frattempo Frank è costretto a rimanere fino a tardi in ufficio, inondato dal lavoro. Una sera, però, lo vediamo entrare in un bar. Contemporaneamente, Cathy e Raymond divengono amici. Una notte, quando Frank è ancora in ritardo, Cathy decide di preparargli la cena e portargliela. Cosicché lo scopre baciare appassionatamente un uomo. Frank confessa di aver avuto dei problemi da giovane e accetta di vedere uno psichiatra e guarire, per tornare ad una sana normalità. Il suo rapporto con Cathy diviene teso e lui si da al bere. Delusa dal suo matrimonio, Cathy cerca conforto nell’amico nero, Raymond. S’incontra con quest’ultimo spesso, suscitando le chiacchiere del vicinato. Ciò nonostante i due si innamorano. Dal canto suo, Frank, incapace di sopprimere i suoi desideri omosessuali, si innamora di un altro uomo e chiede il divorzio da Cathy.
Che dire, vediamolo come un passo in avanti. Per tubare con una donna bianca, un afro americano può pure essere un figlio di giardinieri e non per forza uno stimabile dottor Prentice. Non è necessario che celi un mandingo dentro le mutande. Certo, in quel caso, la suddetta signora non avrà di che lamentarsi, ma non è indispensabile. L’unica condizione è che il compagno di prima si dichiari omosessuale...
Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.
mercoledì 23 maggio 2018
Storie vere di rivoluzionari
Jean-Baptiste du Val-de-Grâce nacque il 25 giugno del 1755 vicino Clèves, nel castello di Gnadenthal, da una nobile famiglia prussiana di origini olandesi, i baroni di Cloots.Il piccolo Jean-Baptiste era un bambino vivace e caparbio, caratteristiche che mostrò sin dall’inizio, peraltro ereditate dal padre. La moglie di quest’ultimo era invece di altra pasta. Era di natura tranquilla e tollerante. Grazie anche alle origini agiate, la donna vedeva la vita come una passeggiata pomeridiana in campagna, satolli dopo un pranzo soddisfacente e sereni grazie ad un dolce riposino su un morbido letto con tanto di rassicurante baldacchino.
Proprio per queste ragioni il nostro aveva con la madre una corsia preferenziale, in quanto suo padre non mancava mai di riprenderlo e le frasi erano – in sintesi - sempre le stesse: Jean-Baptiste devi imparare a mantenere la calma, Jean-Baptiste devi accettare i tuoi limiti, Jean-Baptiste controlla gli istinti e, la più gettonata, Jean-Batiste, un giorno avrai il mio titolo, ricorda: quel che distingue un barone dalla gente del popolo è la gestione degli umani impulsi.
Il fatto era che Jean aveva tutto il desiderio di compiacere il papà, non voleva assolutamente disobbedirgli, ciò nonostante erano proprio i suoi umani impulsi a vincere puntualmente quella battaglia. E così correva quando le gambe gli imponevano di farlo, alzava la voce quando il fiato in gola era troppo per essere ignorato, toccava e, spesso, rompeva tutto quel che le sue mani adocchiavano ancor prima che i suoi occhi.
Nondimeno, più di ogni altra cosa gli era impossibile non liberare nella sua stessa mente ogni pensiero, allorché fosse composto della sostanza che preferiva. Non i sogni, benché mai le idee, bensì di quel che i suoi sensi avevano raccolto sino a quel momento, fosse stato il sapore della terra, che l’odore delle feci del cane, passando per il calore delle mani della madre quando una sua carezza gli sfiorava la guancia.
Jean-Baptiste era entusiasta di essere vivo, di respirare l’aria che l’immenso giardino che circondava il castello regalava ai suoi ignari abitanti.
Una sera, nel giorno del suo decimo compleanno, dopo l’ennesimo rimprovero da parte del barone, il nostro stritolò i palmi nelle mani chiuse a pugno e a voce bassa disse chiaramente: “Padre… non voglio controllare la mia vita…”
Uno schiaffo era ormai storia, una mano pesante era caduta sulla tenera guancia del bambino eppure ciò non impedì alla madre di Jean di udire il resto della frase: “…la mia vita voglio viverla…”
L’ultimo anno prima di andare a Parigi per completare la propria educazione, perlomeno secondo i progetti del padre, fu molto significativo per il futuro barone. Sin da quella drammatica sera del suo genetliaco, nella mente del bambino iniziò a germogliare il seme della parola, da quella sussurrata a quella gridata.
Un pomeriggio che il padre era lontano dal castello, la madre entrò nella sua camera. Jean-Baptiste era seduto davanti alla finestra, in silenzio. Teneva tra le mani un quaderno, regalo proprio della baronessa. La donna si avvicinò alle sue spalle, nondimeno il figlio non si mosse di un muscolo, rapito dagli alberi al di là del vetro.
“Jean… tutto bene?”
“Madre, sono contento, oggi sono contento.”
“La cosa mi rende felice, figlio…”
“No, oggi sono veramente contento. Non come quando ho mangiato qualcosa che mi piace o quando ho partecipato ad un gioco molto divertente.”
“Ieri ho visto che hai riso molto con lo zio Cornelius…”
“Sì, lo zio è simpatico. Gli voglio bene. Ma oggi non sono contento per qualcosa che mi è successo.”
“Allora, Jean, per cosa lo sei?”
“Non lo so, madre. Non lo so. Ed è meraviglioso essere contento senza saperne la ragione…”
“Perché, caro?”
“Perché vuol dire che per godere di qualcosa non occorre conoscerla, farla propria, dominarla. E’ bello saperlo…”
Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.
mercoledì 16 maggio 2018
Storie vere d'amore
D’amore.Se vuoi che le tue storie incontrino i favori del grande pubblico in questo paese devi scrivere d’amore, questo mi sentii dire un giorno.
La mia fortuna è che al mondo esistono molteplici tipi d’amore.
C’è l’amore per la rivoluzione. Una cieca infatuazione verso il cambiamento che, ancora prima di cercare di costruirlo, si sogna senza fatica ad occhi aperti, figuriamoci chiusi.
Mi riferisco all’amore di Jean-Baptiste du Val-de-Grâce, ovvero Anacharsis, nei confronti di una Francia nuova e pura, esattamente come il sentimento che a lei lo ha legato.
Fino alla morte.
C’è l’amore per la giustizia. Una fame insaziabile se non cibandosi dell’unico che l’ha resa tale, il colpevole impunito che vive indisturbato sotto i nostri occhi silenti, tranne quelli di chi è stato colpito direttamente dal delitto.
E’ l’amore di Rita Schwerner che sfida e sconfigge il tempo che scorre, aspettando l’attimo giusto, più che mai giusto, per far pagare il conto ai responsabili, dal primo all’ultimo.
Soprattutto l’ultimo.
C’è ovviamente l’amore tra un uomo e una donna, come farselo mancare?
Tuttavia, non di amore banale si tratta, visto che un’intera nazione, istituzioni più o meno preposte, pseudo ben pensanti o palesemente folli, vi si mettono di traverso a difesa di una razza che non è mai esistita.
Questo è l’amore tra Mildred Jeter e Richard Loving, la scandalosa coppia mista solo per il resto del mondo, perché per entrambi è sempre stato tutto estremamente semplice e naturale.
Infine, ecco l’amore di una madre per il proprio figlio. Un amore esplosivo, pericoloso per chiunque sia così ingenuo da pensare di poterlo disinnescare in qualche modo, soprattutto se quell’amore nasconde il dolore più grande.
Sto parlando dell’amore di Rukia per Hani, figlio di Hash.
Amore francese o iracheno, fate voi, perché per loro, alla fine di tutto, ciò che conterà da qui all’eternità è solo una cosa.
L’amore, sì, ancora una volta l’amore.
Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.
venerdì 6 aprile 2018
Storie vere di donne uomini e fotografie
E’ il 2018.
Trentatré anni dopo, ancora in Libano, a Beirut.
Nel mezzo del disegno, c’è ancora lei, Samar.
Con lei, Maher, il trafugatore di souvenir viventi. Con lui, la promessa mantenuta, quella di non dimenticare e, soprattutto, non far dimenticare.
Con entrambi, le difficili esistenze di popoli interi che si perdono e si ritrovano tra le immagini e le parole che restano.
Insieme alla speranza per tutti i frammenti che tutt’ora vengono strappati via dal cuore del mondo...
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Trentatré anni dopo, ancora in Libano, a Beirut.
Nel mezzo del disegno, c’è ancora lei, Samar.
Con lei, Maher, il trafugatore di souvenir viventi. Con lui, la promessa mantenuta, quella di non dimenticare e, soprattutto, non far dimenticare.
Con entrambi, le difficili esistenze di popoli interi che si perdono e si ritrovano tra le immagini e le parole che restano.
Insieme alla speranza per tutti i frammenti che tutt’ora vengono strappati via dal cuore del mondo...
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mercoledì 4 aprile 2018
Storie vere di bambini scomparsi
Ci son volute due decadi affinché il passo fosse compiuto del tutto.
Il balzo all’indietro, per i volteggiatori professionisti.
L’utopia che diviene tangibile, per le fortunate eccezioni alla grama narrazione comune.
Eccoci al triste racconto che mostra il miracolo del sole nella tempesta.
Io ti ritrovo, sussurrò il padre a fatica, sopraffatto dalle lacrime.
Noi ti ritroviamo, pensò con non meno commozione la madre, vinta da esse.
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Il balzo all’indietro, per i volteggiatori professionisti.
L’utopia che diviene tangibile, per le fortunate eccezioni alla grama narrazione comune.
Eccoci al triste racconto che mostra il miracolo del sole nella tempesta.
Io ti ritrovo, sussurrò il padre a fatica, sopraffatto dalle lacrime.
Noi ti ritroviamo, pensò con non meno commozione la madre, vinta da esse.
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domenica 25 marzo 2018
Storie vere di ragazzi sfortunati
Sono colpevole di rabbia.
Rabbia accumulata in anni.
Mesi e giorni.
Ore.
Minuti.
E più che mai interminabili secondi vissuti innanzi ad orribili messe in scena da spettatore inerme.
Giammai vile.
Di sicuro impotente.
Ma non cieco.
Magari lo fossi stato.
Non per chi amo, ma almeno per me.
Per il mio giovane cuore massacrato che, per buona sorte o meno, ancora batte.
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Rabbia accumulata in anni.
Mesi e giorni.
Ore.
Minuti.
E più che mai interminabili secondi vissuti innanzi ad orribili messe in scena da spettatore inerme.
Giammai vile.
Di sicuro impotente.
Ma non cieco.
Magari lo fossi stato.
Non per chi amo, ma almeno per me.
Per il mio giovane cuore massacrato che, per buona sorte o meno, ancora batte.
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sabato 24 marzo 2018
Storie vere di razzismo verso i Rom
Venerdì 13 giugno, 2014.
Pierrefitte-sur-Seine, Francia.
E’ notte.
Sono sul divano, davanti alla tv.
Solita roba, sempre la solita roba già vista.
Ho bevuto e fumato, non ricordo quanto.
Non importa.
Almeno stanotte conta poco.
Non vieni a letto? Fa mia moglie.
Non rispondo.
Mi alzo dal divano e spengo la tv.
Quindi raggiungo l’ingresso e prendo il borsello.
Controllo.
Sì, c’è.
E’ tutto il giorno che lo faccio.
Non ho mai avuto un passamontagna.
Ho bisogno di guardarlo, di ricordarmi che ce l’ho.
Di ricordarmi perché l’ho comprato.
Prendo le chiavi dell’auto ed esco.
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Pierrefitte-sur-Seine, Francia.
E’ notte.
Sono sul divano, davanti alla tv.
Solita roba, sempre la solita roba già vista.
Ho bevuto e fumato, non ricordo quanto.
Non importa.
Almeno stanotte conta poco.
Non vieni a letto? Fa mia moglie.
Non rispondo.
Mi alzo dal divano e spengo la tv.
Quindi raggiungo l’ingresso e prendo il borsello.
Controllo.
Sì, c’è.
E’ tutto il giorno che lo faccio.
Non ho mai avuto un passamontagna.
Ho bisogno di guardarlo, di ricordarmi che ce l’ho.
Di ricordarmi perché l’ho comprato.
Prendo le chiavi dell’auto ed esco.
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venerdì 23 marzo 2018
Storie vere di esecuzioni capitali
Nelle storie ci siamo tutti.
Nelle nostre, è ovvio.
In quelle di chi amiamo.
Altrettanto scontato.
Nelle vicende di coloro che sogniamo e ammiriamo.
Sì, anche lì siamo presenti.
Inaspettati protagonisti.
Perché senza di noi non avrebbero ragione di esistere.
Privilegiate vite nel firmamento delle umane divinità.
Umanissime, a dirla tutta.
Siamo altresì nelle storie della gente che ci sfrutta.
E che si approfitta di noi, lucrando sulle nostre cecità.
Se ne accorgono meglio laddove alziamo la testa, ma questo accade ogni giorno che passa meno di frequente.
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Nelle nostre, è ovvio.
In quelle di chi amiamo.
Altrettanto scontato.
Nelle vicende di coloro che sogniamo e ammiriamo.
Sì, anche lì siamo presenti.
Inaspettati protagonisti.
Perché senza di noi non avrebbero ragione di esistere.
Privilegiate vite nel firmamento delle umane divinità.
Umanissime, a dirla tutta.
Siamo altresì nelle storie della gente che ci sfrutta.
E che si approfitta di noi, lucrando sulle nostre cecità.
Se ne accorgono meglio laddove alziamo la testa, ma questo accade ogni giorno che passa meno di frequente.
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Storie vere di bambini alieni...
Cerca di capire i nostri limiti, innanzi alla pericolosa miscela.
Ancora oggi, laddove sia presente in una bambina, o futura donna che sia, vien temuta come la più potente arma di liberazione di massa.
Noi temiamo gli alieni, sì.
E il più delle volte facciamo di tutto per isolarli e provocar loro sofferenza.
Ma non quelli che piovano dal cielo nei racconti o minino il nostro futuro tra gli effetti speciali dei film.
Quelli siamo noi travestiti, in realtà.
Gli extra umani che la nostra società si ostina a escludere dall’album familiare vivono accanto a noi, e come te sono in credito delle nostre scuse, come minimo.
Siamo noi i loro invasori.
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Ancora oggi, laddove sia presente in una bambina, o futura donna che sia, vien temuta come la più potente arma di liberazione di massa.
Noi temiamo gli alieni, sì.
E il più delle volte facciamo di tutto per isolarli e provocar loro sofferenza.
Ma non quelli che piovano dal cielo nei racconti o minino il nostro futuro tra gli effetti speciali dei film.
Quelli siamo noi travestiti, in realtà.
Gli extra umani che la nostra società si ostina a escludere dall’album familiare vivono accanto a noi, e come te sono in credito delle nostre scuse, come minimo.
Siamo noi i loro invasori.
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