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giovedì 22 novembre 2018

Attentato a Piazza San Marco

C’era una volta un bambino di quattro anni.
E c’era anche suo padre con lui.
Quindi complice, diciamolo.
C’era una volta altresì un paese dal governo giallo verde.
Da un lato, giallo di imbarazzo per la vergognosa alleanza e, dall’altro, verde di rabbia a prescindere, a seconda dell’utile nemico del momento.
C’era una volta una nazione costruita sull’illegalità, sulla mancanza di rispetto per l’ambiente e per le sue naturali regole, per non parlare di quelle relative alla civile protezione dei cittadini.
Ma tanto, poi, è tutta colpa del maltempo.
Nondimeno, c’era una volta un bimbo, si diceva.
Una creatura di soli quattro anni di vita.
Un innocente fino a prova contraria, nelle vesti di un reato degno di severa ed esemplare punizione.
Osare calpestare il sacro suolo di Venezia, nell’illustre porzione di piazza San Marco, con una minuscola moto elettrica.
Un giocattolo, d’accordo, ma pur sempre un imperdonabile affronto.
Sessantasei euro e ottantotto centesimi, la meritata multa per il piccolo finito sulla via della perdizione.
C’era una volta una paradossale farsa chiamata Repubblica fondata sulle contraddizioni, più che sul lavoro.
Dove lo Stato si accanisce contro i più deboli, chiudendo occhi e coscienza innanzi a marrani e imbroglioni al sicuro dall’acqua alta...

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giovedì 8 novembre 2018

Quando la memoria si difende

C’era una volta il primo eroe del popolo di Jugoslavia.
Di gente e nazioni ormai ex, sulla carta.
Che andrebbe scritta, nelle pagine seguenti, giammai rivista.
C’era una volta Rade Končar, il partigiano Rade, il giovane Končar.
L’uomo che dopo aver speso adolescenza e sogni in nome di un’ideale di libertà e diritti per tutti, divenne simbolo, capitolo di storia e, quindi, statua.
A eterno e solenne monito degli eredi di cotanto doveroso impegno contro i nostalgici dell’odio legalizzato.
Il quale non dovrebbe retrocedere neppure di un sol centimetro, men che meno abbassar capo e guardia.
C’era una volta, oggi, un vecchio di sessantacinque anni.
Un folle, forse, un segno, magari.
Un’ulteriore prova dell’urgenza di una resistenza a oltranza.
Un disgraziato che asseconda il proprio delirio e prende a calci la testimonianza nobile dell’oscuro passato.
Ebbene, la storia vuole che a Spalato sia la statua stessa a crollare sul marrano, spezzandogli una gamba.
Perché la memoria, quando vuole, sa difendersi.
Ma ha bisogno, più che mai di questi tempi, di ogni aiuto possibile.

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giovedì 11 ottobre 2018

Denunciare gli insegnanti nemici

Il partito di estrema destra Alternativa per la Germania ha dato il via a un’iniziativa inquietante.
Gli studenti tedeschi sono incoraggiati a denunciare gli insegnanti che esprimano opinioni politiche attraverso il portale online Scuole Neutrali, progetto pilota ad Amburgo, con piani per lo sviluppo del programma in tutto il paese.
Gli alunni potranno inviare reclami anonimi sul sito in merito a docenti che, a loro avviso, stiano infrangendo le regole di neutralità criticando il partito in questione.

Come dire...
Perché il partito in questione non può esser criticato.
Perché il partito in questione è il partito del popolo e il popolo ha sempre ragione, altro che 'capo ufficio'.
Perché chi osi criticare il partito del popolo è contro lo Stato e il popolo stesso.
Perché chi è contro il popolo stesso, è contro lo Stato e il partito del popolo.
Ecco perché chi è contro il partito del popolo non è solo un nemico del partito, ma anche tuo, di tutti.
Perché chi è nemico di tutti va segnalato.
Anche per via anonima.
Soprattutto anonima, magari con un bel nickname privo di senso.
Ma indicando nome e cognome del marrano.
Possibilmente indirizzo e altri dati sensibili.
Affinché i nemici del partito del popolo vengano acciuffati e tolti di mezzo.

Non vi ricorda qualcosa?
E non mi riferisco solo al passato...

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giovedì 13 settembre 2018

Il castigo per Harper Nielsen è un onore

C’era una volta il posto dove rimaner seduti.
Quando tutti gridano e blaterano folli stupidaggini e ottuse bugie.
Anche se dovessero nascondere il proprio senso di colpa sotto una canzone popolare.
Come potrebbe essere un inno nazionale.
C'erano una volta coloro che in passato hanno percorso la parte scomoda della via.
Quando tutti stavano marciando sul rassicurante sentiero obbligato.
Anche qualora comportasse camminare sulla vita e il mancato futuro delle loro vittime.
Come la vacillante memoria di molti governi colonialisti.
C'erano una volta le persone coraggiose che compiono ancora quella scelta.
Mentre politici poveri di intelletto e impauriti insegnanti cercano di proteggere la propria vergogna usando il loro potere.
Anche avvalendosi di ogni sforzo.
Come molti hanno fatto prima di loro.
C'era una volta in Australia una bambina di nove anni di nome Harper Nielsen, che si rifiutò di alzarsi in piedi e cantare le nazionali rime, protestando in nome del popolo indigeno e pagando le conseguenze della propria decisione con il castigo a scuola.
Grazie per il tuo esempio, giovane quanto nobile creatura.

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mercoledì 6 giugno 2018

Storie vere sulla morte e la vita

Per una vita che se ne va, ce n’è sempre un’altra che arriva. E’ vero, è matematico, almeno una ce n’è.
Magari non è qui, davanti a noi. Non sappiamo chi sia e non abbiamo idea di quanto vivrà.
Se sarà di destra o di sinistra, della Roma o della Lazio. Tutto potrà diventare, anche la persona peggiore del mondo.
Potrà fare le cose più deprecabili, potremo odiare ogni cosa che dirà, qualsiasi gesto farà, ma non potremo farci nulla.
Perché quando una vita se ne va, c’è n’è sempre un'altra che arriva.
Possiamo ergere i confini della nostra fortuna fino al cielo e gridare a squarciagola tutta la nostra vigliaccheria di fronte al coraggio di un solo uomo capace di invadere un paese e non riuscire a far altro che convincerlo ancora di più che venire da noi era la cosa giusta da fare.
Perché il nostro parere conta poco. La vita si spegne e si accende dove vuole e come desidera a prescindere da noi.
Questa è ancora la fortuna del mondo.
Perché laddove una vita se ne va, c’è n’è sempre un’altra che arriva.
E’ evidente. Sarebbe sufficiente alzare lo sguardo al di sopra del cadavere da cui siamo ossessionati.
Basterebbe smettere di soffocare le nostre narici con il puzzo della decomposizione.
Chiunque potrebbe vedere altro, se solo la smettesse di dipingere i propri occhi con il sangue di chi non c’è più.
Come è possibile riempire i nostri discorsi con la morte di qualcuno di cui non sappiamo nulla di chi fosse da vivo? La memoria senza la vita che l’ha preceduta si chiama follia.
Perché se qualcuno va via, c’è sempre qualcun altro che arriva.
Non importa se quel frutto sia tuo o meno. Non conta nulla se quella bambina sia carne della tua carne o meno.
E’ la vita che è grande e rende grande anche te.
Se poi quel figlio è veramente tuo, be’, non ti resta che cantare e ballare. Le luci ora sono su di te.
E Rukia e Hash cantarono e ballarono.
Talvolta capita...


Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

mercoledì 30 maggio 2018

Storie vere sui matrimoni misti

Qualcosa è cambiato nel 1967, è proprio il caso di dirlo.
In quello stesso anno un matrimonio misto rappresenta per la prima volta il tema centrale in un film di successo. Sto parlando ovviamente di Indovina chi viene a cena? Il film, per chi non se lo ricorda, era interpretato da Spencer Tracy e Katharine Hepburn nel ruolo dei genitori bianchi e da Sidney Poitier in quello dell’inaspettato genero nero.
La trama è semplice: Johanna, una giovane ragazza bianca americana, si innamora del dottor Prentice (alias Sidney Poitier), un nero conosciuto durante una vacanza alle Hawaii. I due pianificano di sposarsi e lei vuole tornare in Svizzera con lui. Il film è incentrato sul ritorno di Johanna a casa, a San Francisco, insieme al nuovo fidanzato che la ragazza porta con sé a cena per farlo conoscere ai genitori, e sulle reazioni della famiglia e degli amici.
Tutto finisce bene, con il più ottimista dei finali.
Certo, se il nuovo esotico arrivo in famiglia non fosse stato un bel dottore, colto e di buone maniere, ma piuttosto, che so, un rapper tutto collanine e denti d’oro, ovvero un clandestino in cerca di un permesso di soggiorno, i due progressisti genitori avrebbero trovato qualche difficoltà ad accettare la cosa.
C’è da dire che Indovina chi viene a cena? non ha il merito di essere stato il primo film americano a trattare l’argomento unioni interrazziali. Quello di maggiore successo sì, ma non il primo.
Nel 1957 uscì il film La banda degli angeli, con Clark Gable e Yvonne de Carlo. Ecco la trama: verso la metà dell'ottocento, nel Kentucky, una ragazza figlia di schiavi rimane orfana ed è comprata da un ricco latifondista, il quale innamoratosi la nomina erede di tutte le proprietà. Quando lei scopre che il marito si è arricchito con lo schiavismo lo lascia, ma torna da lui quando esplode la guerra civile tra Nord e Sud.
Nella riedizione italiana del 1964 uscì con il titolo La frusta e la carne. Non chiedetemi perché. Noi abbiamo ancora oggi l’abitudine di cambiare i titoli originali in una maniera spesso delirante.
In questo film, ad ogni modo, siamo parecchio lontani dall’epoca di Sidney Poitier e, soprattutto, da quella di Denzel Washigton o Will Smith. Difatti la ragazza figlia di schiavi fu interpretata da Yvonne De Carlo, attrice canadese, di una carnagione al limite del pallido, scurita per l'occasione per rendersi credibile nel ruolo della schiava di colore innamorata di Gable.
Dal 1967 di Indovina chi viene a cena?, con il quale, a quanto pare il cinema americano aveva forse esagerato, saltiamo addirittura al 1975, con una pellicola di sicuro valore: Mandingo.
La storia è semplice: nel 1840, in una piantagione di cotone della Louisiana, il proprietario obbliga il figlio a sposare sua cugina Blanche. Appreso che la moglie non è vergine, egli si prende un'amante nera e allora Blanche – per vendicarsi - si concede a un poderoso schiavo della tribù dei Mandingo. Nasce un bambino nero che il medico sopprime. Nonostante la sonora stroncatura di pubblico e critica, il regista Richard Fleischer girò anche un sequel: Drum, l'ultimo Mandingo.
In ogni caso ecco la morale: la coppia mista diviene lecita se a scopo vendetta e, soprattutto, se il nero di turno ha le dimensioni, in senso generale, di un poderoso mandingo.
Altro salto nel tempo, dato che con i due film della serie le donne bianche americane avevano iniziato a sognare un dottor Prentice con il volto di Poitier e, soprattutto, le doti di un mandingo, ci porta al 1991 di Jungle Fever, una pellicola di Spike Lee, non nuovo nel trattare temi interculturali.
La trama: Flipper è un benestante architetto afro americano che vive con la moglie Drew e la figlia in un costoso appartamento ad Harlem. Quando, allo studio in cui lavora, viene assunta una segretaria italo americana, Angie, Flipper non si dimostra molto contento, poiché avrebbe preferito lavorare con una del suo colore. Cioè il razzista è lui. Angie conduce una vita umile, in una modesta casa in un sobborgo di Brooklyn. I due iniziano a fare amicizia e una sera si ritrovano da soli in ufficio, per degli straordinari. Ordinano del cibo cinese e iniziano a parlare delle loro vite. Infine, sul tavolo da disegno, hanno un rapporto sessuale. Un vero colpo di scena, nel lontano 1991. La famiglia di Angie, venuta a conoscenza del fatto, la butta fuori di casa dopo averla picchiata, perché se la fa con i negri, cosicché ognuno ritorna nel proprio lato di mondo.
Da Indovina chi viene a cena? a Jungle Fever, come dire, dall’ottimismo degli anni sessanta al pessimismo di trent’anni dopo.
Altro salto obbligato, stavolta la scena del tavolo superò veramente i limiti, ci conduce al 2002, con il film Lontano dal paradiso: siamo nel 1950, nel Connecticut. Si racconta la storia di Cathy Whitaker, la moglie perfetta, madre, e casalinga. Cathy è sposata con Frank, un manager di successo. Un giorno, la donna spia uno sconosciuto uomo nero che cammina nel suo giardino. Si tratta di Raymond, il figlio dell’ultimo giardiniere di Cathy. Nel frattempo Frank è costretto a rimanere fino a tardi in ufficio, inondato dal lavoro. Una sera, però, lo vediamo entrare in un bar. Contemporaneamente, Cathy e Raymond divengono amici. Una notte, quando Frank è ancora in ritardo, Cathy decide di preparargli la cena e portargliela. Cosicché lo scopre baciare appassionatamente un uomo. Frank confessa di aver avuto dei problemi da giovane e accetta di vedere uno psichiatra e guarire, per tornare ad una sana normalità. Il suo rapporto con Cathy diviene teso e lui si da al bere. Delusa dal suo matrimonio, Cathy cerca conforto nell’amico nero, Raymond. S’incontra con quest’ultimo spesso, suscitando le chiacchiere del vicinato. Ciò nonostante i due si innamorano. Dal canto suo, Frank, incapace di sopprimere i suoi desideri omosessuali, si innamora di un altro uomo e chiede il divorzio da Cathy.
Che dire, vediamolo come un passo in avanti. Per tubare con una donna bianca, un afro americano può pure essere un figlio di giardinieri e non per forza uno stimabile dottor Prentice. Non è necessario che celi un mandingo dentro le mutande. Certo, in quel caso, la suddetta signora non avrà di che lamentarsi, ma non è indispensabile. L’unica condizione è che il compagno di prima si dichiari omosessuale...

Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

mercoledì 23 maggio 2018

Storie vere di rivoluzionari

Jean-Baptiste du Val-de-Grâce nacque il 25 giugno del 1755 vicino Clèves, nel castello di Gnadenthal, da una nobile famiglia prussiana di origini olandesi, i baroni di Cloots.
Il piccolo Jean-Baptiste era un bambino vivace e caparbio, caratteristiche che mostrò sin dall’inizio, peraltro ereditate dal padre. La moglie di quest’ultimo era invece di altra pasta. Era di natura tranquilla e tollerante. Grazie anche alle origini agiate, la donna vedeva la vita come una passeggiata pomeridiana in campagna, satolli dopo un pranzo soddisfacente e sereni grazie ad un dolce riposino su un morbido letto con tanto di rassicurante baldacchino.
Proprio per queste ragioni il nostro aveva con la madre una corsia preferenziale, in quanto suo padre non mancava mai di riprenderlo e le frasi erano – in sintesi - sempre le stesse: Jean-Baptiste devi imparare a mantenere la calma, Jean-Baptiste devi accettare i tuoi limiti, Jean-Baptiste controlla gli istinti e, la più gettonata, Jean-Batiste, un giorno avrai il mio titolo, ricorda: quel che distingue un barone dalla gente del popolo è la gestione degli umani impulsi.
Il fatto era che Jean aveva tutto il desiderio di compiacere il papà, non voleva assolutamente disobbedirgli, ciò nonostante erano proprio i suoi umani impulsi a vincere puntualmente quella battaglia. E così correva quando le gambe gli imponevano di farlo, alzava la voce quando il fiato in gola era troppo per essere ignorato, toccava e, spesso, rompeva tutto quel che le sue mani adocchiavano ancor prima che i suoi occhi.
Nondimeno, più di ogni altra cosa gli era impossibile non liberare nella sua stessa mente ogni pensiero, allorché fosse composto della sostanza che preferiva. Non i sogni, benché mai le idee, bensì di quel che i suoi sensi avevano raccolto sino a quel momento, fosse stato il sapore della terra, che l’odore delle feci del cane, passando per il calore delle mani della madre quando una sua carezza gli sfiorava la guancia.
Jean-Baptiste era entusiasta di essere vivo, di respirare l’aria che l’immenso giardino che circondava il castello regalava ai suoi ignari abitanti.
Una sera, nel giorno del suo decimo compleanno, dopo l’ennesimo rimprovero da parte del barone, il nostro stritolò i palmi nelle mani chiuse a pugno e a voce bassa disse chiaramente: “Padre… non voglio controllare la mia vita…”
Uno schiaffo era ormai storia, una mano pesante era caduta sulla tenera guancia del bambino eppure ciò non impedì alla madre di Jean di udire il resto della frase: “…la mia vita voglio viverla…”
L’ultimo anno prima di andare a Parigi per completare la propria educazione, perlomeno secondo i progetti del padre, fu molto significativo per il futuro barone. Sin da quella drammatica sera del suo genetliaco, nella mente del bambino iniziò a germogliare il seme della parola, da quella sussurrata a quella gridata.
Un pomeriggio che il padre era lontano dal castello, la madre entrò nella sua camera. Jean-Baptiste era seduto davanti alla finestra, in silenzio. Teneva tra le mani un quaderno, regalo proprio della baronessa. La donna si avvicinò alle sue spalle, nondimeno il figlio non si mosse di un muscolo, rapito dagli alberi al di là del vetro.
“Jean… tutto bene?”
“Madre, sono contento, oggi sono contento.”
“La cosa mi rende felice, figlio…”
“No, oggi sono veramente contento. Non come quando ho mangiato qualcosa che mi piace o quando ho partecipato ad un gioco molto divertente.”
“Ieri ho visto che hai riso molto con lo zio Cornelius…”
“Sì, lo zio è simpatico. Gli voglio bene. Ma oggi non sono contento per qualcosa che mi è successo.”
“Allora, Jean, per cosa lo sei?”
“Non lo so, madre. Non lo so. Ed è meraviglioso essere contento senza saperne la ragione…”
“Perché, caro?”
“Perché vuol dire che per godere di qualcosa non occorre conoscerla, farla propria, dominarla. E’ bello saperlo…”

Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

mercoledì 16 maggio 2018

Storie vere d'amore

D’amore.
Se vuoi che le tue storie incontrino i favori del grande pubblico in questo paese devi scrivere d’amore, questo mi sentii dire un giorno.
La mia fortuna è che al mondo esistono molteplici tipi d’amore.
C’è l’amore per la rivoluzione. Una cieca infatuazione verso il cambiamento che, ancora prima di cercare di costruirlo, si sogna senza fatica ad occhi aperti, figuriamoci chiusi.
Mi riferisco all’amore di Jean-Baptiste du Val-de-Grâce, ovvero Anacharsis, nei confronti di una Francia nuova e pura, esattamente come il sentimento che a lei lo ha legato.
Fino alla morte.
C’è l’amore per la giustizia. Una fame insaziabile se non cibandosi dell’unico che l’ha resa tale, il colpevole impunito che vive indisturbato sotto i nostri occhi silenti, tranne quelli di chi è stato colpito direttamente dal delitto.
E’ l’amore di Rita Schwerner che sfida e sconfigge il tempo che scorre, aspettando l’attimo giusto, più che mai giusto, per far pagare il conto ai responsabili, dal primo all’ultimo.
Soprattutto l’ultimo.
C’è ovviamente l’amore tra un uomo e una donna, come farselo mancare?
Tuttavia, non di amore banale si tratta, visto che un’intera nazione, istituzioni più o meno preposte, pseudo ben pensanti o palesemente folli, vi si mettono di traverso a difesa di una razza che non è mai esistita.
Questo è l’amore tra Mildred Jeter e Richard Loving, la scandalosa coppia mista solo per il resto del mondo, perché per entrambi è sempre stato tutto estremamente semplice e naturale.
Infine, ecco l’amore di una madre per il proprio figlio. Un amore esplosivo, pericoloso per chiunque sia così ingenuo da pensare di poterlo disinnescare in qualche modo, soprattutto se quell’amore nasconde il dolore più grande.
Sto parlando dell’amore di Rukia per Hani, figlio di Hash.
Amore francese o iracheno, fate voi, perché per loro, alla fine di tutto, ciò che conterà da qui all’eternità è solo una cosa.
L’amore, sì, ancora una volta l’amore.


Da Amori diversi, antologia di racconti ispirati da fatti realmente accaduti.

venerdì 6 aprile 2018

Storie vere di donne uomini e fotografie

E’ il 2018.
Trentatré anni dopo, ancora in Libano, a Beirut.
Nel mezzo del disegno, c’è ancora lei, Samar.
Con lei, Maher, il trafugatore di souvenir viventi. Con lui, la promessa mantenuta, quella di non dimenticare e, soprattutto, non far dimenticare.
Con entrambi, le difficili esistenze di popoli interi che si perdono e si ritrovano tra le immagini e le parole che restano.
Insieme alla speranza per tutti i frammenti che tutt’ora vengono strappati via dal cuore del mondo...

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mercoledì 4 aprile 2018

Storie vere di bambini scomparsi

Ci son volute due decadi affinché il passo fosse compiuto del tutto.
Il balzo all’indietro, per i volteggiatori professionisti.
L’utopia che diviene tangibile, per le fortunate eccezioni alla grama narrazione comune.
Eccoci al triste racconto che mostra il miracolo del sole nella tempesta.
Io ti ritrovo, sussurrò il padre a fatica, sopraffatto dalle lacrime.
Noi ti ritroviamo, pensò con non meno commozione la madre, vinta da esse.

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domenica 25 marzo 2018

Storie vere di ragazzi sfortunati

Sono colpevole di rabbia.
Rabbia accumulata in anni.
Mesi e giorni.
Ore.
Minuti.
E più che mai interminabili secondi vissuti innanzi ad orribili messe in scena da spettatore inerme.
Giammai vile.
Di sicuro impotente.
Ma non cieco.
Magari lo fossi stato.
Non per chi amo, ma almeno per me.
Per il mio giovane cuore massacrato che, per buona sorte o meno, ancora batte.

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sabato 24 marzo 2018

Storie vere di razzismo verso i Rom

Venerdì 13 giugno, 2014.
Pierrefitte-sur-Seine, Francia.
E’ notte.
Sono sul divano, davanti alla tv.
Solita roba, sempre la solita roba già vista.
Ho bevuto e fumato, non ricordo quanto.
Non importa.
Almeno stanotte conta poco.
Non vieni a letto? Fa mia moglie.
Non rispondo.
Mi alzo dal divano e spengo la tv.
Quindi raggiungo l’ingresso e prendo il borsello.
Controllo.
Sì, c’è.
E’ tutto il giorno che lo faccio.
Non ho mai avuto un passamontagna.
Ho bisogno di guardarlo, di ricordarmi che ce l’ho.
Di ricordarmi perché l’ho comprato.
Prendo le chiavi dell’auto ed esco.

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venerdì 23 marzo 2018

Storie vere di esecuzioni capitali

Nelle storie ci siamo tutti.
Nelle nostre, è ovvio.
In quelle di chi amiamo.
Altrettanto scontato.
Nelle vicende di coloro che sogniamo e ammiriamo.
Sì, anche lì siamo presenti.
Inaspettati protagonisti.
Perché senza di noi non avrebbero ragione di esistere.
Privilegiate vite nel firmamento delle umane divinità.
Umanissime, a dirla tutta.
Siamo altresì nelle storie della gente che ci sfrutta.
E che si approfitta di noi, lucrando sulle nostre cecità.
Se ne accorgono meglio laddove alziamo la testa, ma questo accade ogni giorno che passa meno di frequente.

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Storie vere di bambini alieni...

Cerca di capire i nostri limiti, innanzi alla pericolosa miscela.
Ancora oggi, laddove sia presente in una bambina, o futura donna che sia, vien temuta come la più potente arma di liberazione di massa.
Noi temiamo gli alieni, sì.
E il più delle volte facciamo di tutto per isolarli e provocar loro sofferenza.
Ma non quelli che piovano dal cielo nei racconti o minino il nostro futuro tra gli effetti speciali dei film.
Quelli siamo noi travestiti, in realtà.
Gli extra umani che la nostra società si ostina a escludere dall’album familiare vivono accanto a noi, e come te sono in credito delle nostre scuse, come minimo.
Siamo noi i loro invasori.

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giovedì 22 marzo 2018

Storie vere di famiglie

E’ uno scambio di aspirazioni, mancate per caso o per delitto.
No, proprio no, anche qui.
Lo scambio presuppone un interesse pregresso e questo svaluterebbe la qualità principale dell’atto in sé.
Spontaneità.
Indicibile spontaneità.
Potrebbe essere una reciproca gratificazione?
No, eh?
Già, la temperatura della frase è scesa ai limiti.
L’asticella del termometro va tenuta in alto, senza esagerare, ma, come la naturalezza del movimento, anche il calore risulta essenziale.
Requisito fondamentale, prima e dopo, figuriamoci durante.
Nondimeno, a pensarci bene, se c’è un prima e un dopo, questo vorrà pur dire qualcosa.
Prima e dopo presuppongono un cammino, un viaggio, un salto in avanti.
O indietro.
Come in una storia.

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mercoledì 21 marzo 2018

Storie vere d'amore

Vostro onore,
Signore e signori della giuria,
E più che mai voi altri, platea silente, ma non meno importante.
Eccovi il sentito discorso che ho ier sera preparato a vantaggio del mio assistito.
No, l’accusa non si affanni ad opporsi.
Nessun errore.
Non v’è alcun refuso nella mia introduzione.
Se al maschile ho coniugato il lemma che in qualche modo dovrebbe rappresentare la giovane, la cui presunta colpa siamo qui, oggi, ad esaminare, è per una ragione fondamentale.
Centrale, in ultima analisi, nell’essenza del mio ragionamento.
Dovrebbe, ho detto, e questo non è stato affatto frutto del caso.
Presunta, ho aggiunto, e anche questo è aggettivo quanto mai scelto con cura.
Sì, perché la giovane Houda non ha alcun bisogno del mio appoggio.
In breve assistere.

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martedì 20 marzo 2018

Storie vere di tifosi

Figlio mio,
chiudi gli occhi.
E soprattutto ottura con decisione le orecchie.
Non sentire il fischio dell’odiata figura di nero vestita.
Che spesso se ne torna a casa con la valigia piena di insulti.
Leggi pure come il più onesto tra gli arbitri delle nostre sorti.
Non credergli.
Non credere a quel che racconta il tabellone.
Apri gli occhi, adesso, ma non credere a quel che vedi.
Libera le orecchie e ascolta me.
Perché non è ancora finita.
Certo, lo so, il momento è terribile e non possiamo più fare cambi.
Siamo qui e qui resteremo.
Per sempre.
Ma questa è una fortuna, sai?
Possiamo ancora farcela.

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lunedì 19 marzo 2018

Storie vere di padri e figli

E va bene.
Facciamo che abbia perso, figlio mio.
Facciamo che non vincerò mai.
Che il massimo che otterrò sarà la compassione per un altro pazzo nel mondo.
Infettato da un’ossessione folle come tante altre.
Quella di riabbracciare te.
Ago adorato confuso nel più triste pagliaio.
Con ventimila sogni infranti intrecciato.
Facciamo che sia davvero così, che vada la vita.
Che i pazzi siano davvero tali e che esistere a lungo voglia dire terra ferma sotto i piedi, tasche piene e mani abili.
Nell’afferrare l’afferrabile, altro che meravigliosi fantasmi.
Allora vorrà dire che non potrà che andar peggio.
Lo so che così funziona.

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domenica 18 marzo 2018

Storie vere di razzismo

Il mio nome è Glenn Ford e ho 64 anni.
No, non sono l’attore, che poi è morto da tempo.
Sono l’altro.
L’altro famoso oggi.
Ho qualcosa in comune, con lui, però.
Sono un uomo libero.
Perché tale sono nato e non perché lo ha decretato qualcuno.
Ma non sempre è stato così.
Nondimeno, lo sono di nuovo ora, 2014, Stati Uniti d’America.
E sono nero.

Mi chiamo Glenn e sono venuto alla luce nel 1950.
Io ci sono nato, nero.
Nel 1950 le scuole, i luoghi pubblici, gli autobus e i treni erano ancora spaccati a metà da un invisibile idiota sotto forma di muro.

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sabato 17 marzo 2018

Storie vere sui diritti umani

Le parole sono inutili.
Da sole.
Sono solo.
Parole.
E hai voglia a scriverle e raccontarle.
Gridarle a perdifiato e a mormorare tra te e te che l’hai detta grossa, bella e profonda.
Guarda, a scanso di equivoci e contro il mio stesso interesse, lo metto or ora nero su bianco: lo sono per prime queste che leggi.
Frasi prive di valore.
Fermati pure qui e lo capirò. Hai ragione, avrai avuto le tue ragioni, abbiamo ragione tutti, se ci pensi.

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