C’era una volta una storia, anzi c’è, con protagonista un bambino.
Il bambino si chiama Trump.
Di nome Joshua e di cognome come l’altro, quello che in questo momento sta parlando.
Donald Trump è l’altro, e racconta una storia.
C’era una volta, quindi, la storia di un muro.
Un muro da costruire per dividere due popoli che sono lo stesso popolo e separare altrettante terre che sono il medesimo pianeta, laddove si osservino entrambe dalla giusta distanza.
Lassù, nel cielo, e quaggiù, ovvero là dentro, nella parte più lucida del nostro cuore.
Di conseguenza, c’era una volta, anzi c’è, un bambino che si chiama Trump, di nome Joshua che ascoltando la storia del muro di Trump, l’altro, quello grande, si addormenta e fa un sogno.
C’era una volta, quindi, il sogno di un bambino che si chiama anche lui Trump, ma è Joshua, non Donald, che sogna un folle dal volto impiastricciato di un arancione inquietante e il capo sormontato da un parrucchino grottesco, che pretende di esser preso sul serio parlando di spendere miliardi di dollari per costruire un muro, con cui dividere due popoli che sono lo stesso e separare nazioni che son fatte della stessa terra, allorché la si guardi dalla giusta distanza.
Lassù, con gli occhi delle sagge stelle, ovvero qua dentro, nel cuore di una storia che capirebbe anche un bambino.
Difatti, c’era una volta un uomo di cognome Trump, di nome Donald, che come un bambino prigioniero di un incubo orribile, invece di svegliarsi desidera intrappolarci con lui nel suo tremendo delirio di paura e solitudine.
C’era una volta la storia di entrambi, che finirà soltanto quando Trump, quello di nome Joshua, aprirà gli occhi e ci dirà: “State tranquilli, non c’è nulla di vero in quello che avete udito.”
È stato solo un sogno...
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giovedì 7 febbraio 2019
venerdì 25 gennaio 2019
Grazie maltempo
Grazie, maltempo.
Noi, i 47 della nave Sea Watch 3, ti siamo infinitamente grati.
Perché è tuo, solo tuo, il merito di averci fatto entrare nelle sacre acque territoriali italiane.
Per la precisione, a non meno di 1,4 miglia dal porto di Augusta, in Sicilia, senza alcuna autorizzazione ad attraccare.
Altrimenti, Sua Intolleranza, scatenerà l’inferno al suo segnale, come il noto gladiatore del cinema.
Solo che nell’arena, a far da carne da macello ci siam noi altri, mica lui.
E allora, concentrandoci sulla metà piena del mare, rendiamo grazie al dio del clima.
Che il più delle volte ci è nemico, e con spade affilate come onde micidiali falcia via le nostre vite senza pietà.
Ma oggi, Signore del meteo, ti siamo riconoscenti.
Abbraccia per noi il vento gelido.
E invia la nostra devozione alle nuvole più scure e tetre.
Nonché alla pioggia più incessante.
E al freddo, sì, a quel maledetto freddo, che oggi si fa al contrario benedetto.
Non siamo salvi.
Forse non lo saremo mai.
Tuttavia, almeno oggi, abbiamo qualcuno al nostro fianco.
Caro, amato, maltempo.
Chi l’avrebbe detto che saresti stato tu.
L’amico più umano che avremmo incontrato alla fine del viaggio...
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Noi, i 47 della nave Sea Watch 3, ti siamo infinitamente grati.
Perché è tuo, solo tuo, il merito di averci fatto entrare nelle sacre acque territoriali italiane.
Per la precisione, a non meno di 1,4 miglia dal porto di Augusta, in Sicilia, senza alcuna autorizzazione ad attraccare.
Altrimenti, Sua Intolleranza, scatenerà l’inferno al suo segnale, come il noto gladiatore del cinema.
Solo che nell’arena, a far da carne da macello ci siam noi altri, mica lui.
E allora, concentrandoci sulla metà piena del mare, rendiamo grazie al dio del clima.
Che il più delle volte ci è nemico, e con spade affilate come onde micidiali falcia via le nostre vite senza pietà.
Ma oggi, Signore del meteo, ti siamo riconoscenti.
Abbraccia per noi il vento gelido.
E invia la nostra devozione alle nuvole più scure e tetre.
Nonché alla pioggia più incessante.
E al freddo, sì, a quel maledetto freddo, che oggi si fa al contrario benedetto.
Non siamo salvi.
Forse non lo saremo mai.
Tuttavia, almeno oggi, abbiamo qualcuno al nostro fianco.
Caro, amato, maltempo.
Chi l’avrebbe detto che saresti stato tu.
L’amico più umano che avremmo incontrato alla fine del viaggio...
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giovedì 10 gennaio 2019
La rete del mondo
C’era una volta il 50% della popolazione, quella connessa a internet.
E c’era una volta l’altra metà, quella rimasta fuori dal regno digitale.
Secondo gli esperti, a meno di importanti investimenti nelle infrastrutture, l’istruzione e la formazione nei prossimi anni, tale divario è destinato a crescere.
È indubbio che andrebbe fatto qualcosa a riguardo.
Tuttavia, in un brevissimo racconto come questo, lasciate che si palesi una provocatoria riflessione tramite una successione di domande.
Più di tre miliardi di persone hanno la possibilità di collegarsi a un dispositivo elettronico e attraverso quest’ultimo entrare in contatto con tutti coloro che in tempo reale abbiano fatto lo stesso.
Ma siamo sicuri che le rimanenti miliardi di vite siano più distanti tra loro?
Agli abitanti di metropoli super affollate e delle regioni del mondo più industrializzate è sufficiente un clic del mouse per interagire con un numero impressionante di immagini.
Tuttavia, siamo davvero convinti che i loro simili, oltre i confini di cotanta fortuna, vedano di meno tra ciò che valga la pena guardare?
È indiscutibile che la parte più privilegiata dell’umanità in quanto a mezzi e qualità di vita ha il dono di poter ridurre al secondo i gradi di separazione con il prossimo, ovunque esso si trovi.
Nondimeno, è questo il mezzo migliore per stringere amicizie che superino la falce del tempo e l’onere delle difficoltà quotidiane?
Ovvero, sono tutti soli e privi di affetti, gli abitanti condannati a vivere senza banda larga?
E, alla fine della fiera, a che ci serve essere rete, se non sappiamo e non vogliamo usarla per aiutare chi da lontano viene a chiederci aiuto?
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E c’era una volta l’altra metà, quella rimasta fuori dal regno digitale.
Secondo gli esperti, a meno di importanti investimenti nelle infrastrutture, l’istruzione e la formazione nei prossimi anni, tale divario è destinato a crescere.
È indubbio che andrebbe fatto qualcosa a riguardo.
Tuttavia, in un brevissimo racconto come questo, lasciate che si palesi una provocatoria riflessione tramite una successione di domande.
Più di tre miliardi di persone hanno la possibilità di collegarsi a un dispositivo elettronico e attraverso quest’ultimo entrare in contatto con tutti coloro che in tempo reale abbiano fatto lo stesso.
Ma siamo sicuri che le rimanenti miliardi di vite siano più distanti tra loro?
Agli abitanti di metropoli super affollate e delle regioni del mondo più industrializzate è sufficiente un clic del mouse per interagire con un numero impressionante di immagini.
Tuttavia, siamo davvero convinti che i loro simili, oltre i confini di cotanta fortuna, vedano di meno tra ciò che valga la pena guardare?
È indiscutibile che la parte più privilegiata dell’umanità in quanto a mezzi e qualità di vita ha il dono di poter ridurre al secondo i gradi di separazione con il prossimo, ovunque esso si trovi.
Nondimeno, è questo il mezzo migliore per stringere amicizie che superino la falce del tempo e l’onere delle difficoltà quotidiane?
Ovvero, sono tutti soli e privi di affetti, gli abitanti condannati a vivere senza banda larga?
E, alla fine della fiera, a che ci serve essere rete, se non sappiamo e non vogliamo usarla per aiutare chi da lontano viene a chiederci aiuto?
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giovedì 13 dicembre 2018
Sposiamoci di corsa
Di corsa, amiamoci.
Fai in fretta, amor mio.
Non perdiamo tempo in preamboli, per quanto santi.
Tralasciamo ornamenti e festoni.
Non indugiamo oltre il minimo concesso nella scelta dell’abito.
E del luogo.
Del dopo.
E del subito prima...
![]() |
| Priscilla Cicconi e Bianca Gama sono state costrette a sposarsi di fretta in Brasile prima della salita al potere del leader di estrema destra Bolsonaro |
Che sì, meriterebbe tutto il tempo del mondo.
Ma che noi non abbiamo.
Non più, nella terra dei colori impossibili e delle diversità spontanee.
Dì semplicemente sì, mia amata.
Anche solo un favorevole mormorio sarà sufficiente.
Prima che il giorno finisca.
Prima che inizi la notte.
Di inquietanti governi e governanti…
![]() |
| Jair Bolsonaro |
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giovedì 6 dicembre 2018
Perché faccio quello che faccio
Joseph Jackson è stato detenuto in una prigione nel Maine per due decenni.
Ora coordina la Maine Prisoner Advocacy Coalition (MPAC), un'organizzazione di base che interloquisce con il dipartimento correzionale dello stato per conto dei detenuti e delle loro famiglie. Quando gli chiedono perché è così appassionato nel trasformare il sistema che lo ha tenuto prigioniero, Joseph risponde sempre allo stesso modo: non posso andarmene e lasciare le persone che ho avuto accanto per 20 anni in uno stato di perenne paura e tortura senza fine.
Faccio questo lavoro perché anni di studi mi hanno permesso di dare un senso al mondo insondabile che ho vissuto. È un mondo in cui l'abuso è implacabile. Sfida la comprensione. Gli studi liberali mi hanno aiutato a vedere che il tempo là dentro non è l'unica punizione imposta ai criminali condannati. La credenza culturale predominante a cui tutti siamo soggetti è che una volta che si commette un errore, è necessario pagarlo per sempre. Ogni frase, quindi, dura tutta la vita. La nostra realtà inespressa è che la maggioranza di coloro che imprigioniamo è socialmente distrutta. Spesso perdono tutto: le loro case, i loro averi, i loro posti di lavoro, i loro partner, il sostegno delle loro famiglie.
“Per sistemare il nostro sistema danneggiato”, ha aggiunto Joseph, “dobbiamo tornare alle politiche progressiste del passato.”
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Ora coordina la Maine Prisoner Advocacy Coalition (MPAC), un'organizzazione di base che interloquisce con il dipartimento correzionale dello stato per conto dei detenuti e delle loro famiglie. Quando gli chiedono perché è così appassionato nel trasformare il sistema che lo ha tenuto prigioniero, Joseph risponde sempre allo stesso modo: non posso andarmene e lasciare le persone che ho avuto accanto per 20 anni in uno stato di perenne paura e tortura senza fine.
Faccio questo lavoro perché anni di studi mi hanno permesso di dare un senso al mondo insondabile che ho vissuto. È un mondo in cui l'abuso è implacabile. Sfida la comprensione. Gli studi liberali mi hanno aiutato a vedere che il tempo là dentro non è l'unica punizione imposta ai criminali condannati. La credenza culturale predominante a cui tutti siamo soggetti è che una volta che si commette un errore, è necessario pagarlo per sempre. Ogni frase, quindi, dura tutta la vita. La nostra realtà inespressa è che la maggioranza di coloro che imprigioniamo è socialmente distrutta. Spesso perdono tutto: le loro case, i loro averi, i loro posti di lavoro, i loro partner, il sostegno delle loro famiglie.
“Per sistemare il nostro sistema danneggiato”, ha aggiunto Joseph, “dobbiamo tornare alle politiche progressiste del passato.”
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giovedì 29 novembre 2018
Ci siamo fidati di questo paese
Ci siamo fidati di questo paese più di quanto avremmo dovuto fare.Queste sono le parole di chi resta.
Di chi piange il ricordo e soprattutto la tragica e quanto mai prematura fine di Sabika Sheikh, morta a soli 17 anni.
Ovvero, una delle vittime del massacro compiuto nello scorso maggio in una scuola di Santa Fe, in Texas.
Ci siamo fidati di questo paese, sembra ripetere l’accorato lamento dei parenti della giovane ragazza.
Di quel che si ammira da lontano e si può sognare ogni giorno più vicino.
Del luogo ideale dove mandare la propria promessa migliore a crescere e realizzare se stessa.
Sabika era negli USA per uno scambio culturale.
Uno dei motivi più affascinanti e virtuosi per viaggiare e incontrare l’altro.
Per condividere al contempo tradizioni e sentimenti, emozioni e orizzonti.
Scoprendo in ogni istante che passa che questi ultimi non sono poi così diversi, malgrado quel che racconti la geografia, i suoi confini e soprattutto i loro ottusi difensori.
Al contrario, nel fiore della propria vita, Sabika ha conosciuto la più terribile tra le culture.
Quella della violenza delle armi.
In altre parole, ciò di cui si fidano i vigliacchi e i folli...
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